sabato 9 agosto 2008

MUSICA: un altro disco così, tanto per gradire

Deep Wound: Almost Complete (Baked Goods, 2006)


Si accennava nel post dell'altroieri all'ameno grindcore: ebbene, questo disco ha avuto un'influenza notevole sul genere, certificata nel libro "Choosing Death". Infatti le tracce di "Almost Complete" sono genuini assalti punk hardcore in cui le cose più tranquille possono ricordare i Dead Kennedys periodo "Fresh Fruit...", il che mi sembra cosa non da poco. Ventisette, irresistibili pezzi con titoli come "Video Prick", "Psyched to Die", "Your Head Is in Your Crotch" che, se mai ce ne fosse stato bisogno, appagano la nostra sete di slamdance. Si discosta dal resto dei brani, della durata media di un minuto-un minuto e mezzo, la versione live di "Training Ground" sette minuti vicini per certi versi all'ossessività dei Flipper. Bravo, bene, bis, dirà qualcuno: ma chi erano 'sti Deep Wound? Trattavasi di quattro musicisti dell'area di Amherst, nello stato USA del Massachussets, e nella testa di qualcuno - spero - una lampadina si sarà già accesa. No, non c'entra il fatto che nella cittadina americana sia nata una certa Uma Thurman - che iddìo la benedica; a noi piuttosto interessa sapere che da quelle parti vivevano, studiavano, ascoltavano dischi a più non posso e suonavano tali Joseph Mascis detto "J" e Lou Barlow, i futuri amici-nemici dell'esperienza Dinosaur Jr. Siamo agli inizi degli anni ottanta e nei Deep Wound il lungagnone J e Lou, già allora con il suo inconfondibile aspetto da nerd, suonano, rispettivamente, batteria e chitarra. Un amore, quello di Mascis per le pelli, che avrà ancora modo di coltivare in collaborazioni come quella con il gruppo stoner dei Witch. J e Lou, assieme a Charlie Nakajima, voce, e Scott Helland, basso, si esibiscono in zona nelle scalmane di cui sopra.

L'opera della Baked Goods riunisce in un unico disco il demo del 1982, il successivo 7'' e i pezzi dell'LP "Bands That Could Be God". Sono comprese nel prezzo anche tre composizioncine con alla voce Jay Otto al posto di Nakajima.

Un'ultima curiosità: c'è una foto dei primi Dinosaur Jr in cui J esibisce fiero il maglioncino del suo vecchio gruppo lavoratogli a maglia con tanta cura dalla mamma.

MUSICA: un disco per la settimana (che viene)

(The) Melvins: (A) Senile Animal (Ipecac, 2006)

Giapponese sull'isoletta del Pacifico, Connor MacLeod del clan dei MacLeod, e cosi via: qualunque definizione può andar bene per descrivere il mio status di unico (almeno al momento) curatore del blog. Mi sento anche un po' come i personaggi di quei film sui mostri marini (tipo "Leviathan"), quelli che restano per ultimi sulla bagnarola in attesa che si compia il loro tragico destino. Vabbè, passiamo oltre.

Appagata la sete di belluina brutalità con i due dischi dei Pantera e sfogata tutta l'aggressività residua con i primi due Napalm Death (quando arriverò a districarne tutti i suoni e a cavarne l'essenza, in special modo del primo, magari ne parleremo), ora sento il bisogno dell'efferatezza che solo le produzioni dei Melvins mi sanno regalare.

Penultimo* album in studio della loro sterminata discografia, quinto per la Ipecac di Mike Patton, "(A) Senile Animal" fa registrare una sostanziale novità, ovvero l'integrazione nella band dei Big Business, duo stoner di Seattle composto dal bassista Jared Warren e dal batterista Coady Willis. Il neonato quartetto si presenta dunque con due batterie. Tamburami che si compenetrano e si completano perfettamente, e in questo senso l'esempio più fulgido è l'opener "The Talking Horse", in cui a un certo punto Willis ricama con ritmiche quasi sudamericane sulle pestate del buon vecchio Dale Crover. Ma oltre a una sezione ritmica coi controfiocchi, anche il basso di Warren infatti fa la sua parte alla grande, risaltano in questo lavoro le canzoni. Sì, esatto, can-zo-ni: mancano all'appello gli schizzi, le bizzarrie sonore spesso incluse da King Buzzo e amici nei loro dischi. Per contro, nell'animale senile affiorano melodie immediate tipo "Stoner Witch", come per esempio in "Civilized Worm", che, completa di cori da stadio (in fondo, si sa, i nostri hanno un debole dichiarato per i Kiss) termina - giusto per restare fedeli agli antichi baccanali - in una cascata di tamburi. Tre belle cavalcate nello stile di zio parruccone** Buzzo, inframezzate giusto da un brano (il sesto, dalle cadenze meno frenetiche), ci conducono garruli al paludone di "A History of Bad Men", riff da serpentone in movimento capace di riportare ai tempi belli di "Night Goat" sebbene con un suono più curato e potente. I ritmi rallentano ulteriormente nel penultimo brano, preludio all'epilogo, la marcia straniata in perfetto stile Aberdeen di "A Vast Filthy Prison".

"(A) Senile Animal" è un disco di metallo obliquo, genere del quale i Melvins posseggono quasi il know-how in virtù del loro approccio punk e della loro sottile ironia-autoironia (gli articoli tra parentesi davanti al nome del gruppo e al titolo del disco ne sono una prova inconfutabile): qualità che da sempre permeano i loro lavori tenendoli lontani da facili esibizionismi ed esercizi di stile.

*Quest'anno è uscito "Nude with Boots".
**Oggi ingrigito, ma sempre parruccone è.

lunedì 4 agosto 2008

MUSICA: i dischi della settimana

Pantera: Cowboys from Hell (Atco, 1990)...

...e ...

...Vulgar Display of Power (Atco, 1992)


Sottotitolo necessario: un po' di tamarritudine non guasta mai.

Non è facile parlare dei Pantera, e magari tra le righe tesserne le lodi, senza correre il rischio di venir assimilati a quella pletora di ragazzini frangettati che ostentano le insegne del gruppo per mostrare al mondo gli (esangui) muscoli o a quell'altra categoria di fighetti finto-metallozzi che riprendono lo stile incazzoso di Phil Anselmo e i chitarroni del povero Dimebag Darrell in maniera scolastica e senza la dose di carogna dei propri modelli così, tanto per impressionare le ragazzine (frangettate). Chi ha fatto il nome dei Bullet For My Valentine, scusate? Tuttavia, se c'è una sola possibilità di non venir inserito in questi due esclusivissimi club, spero di coglierla al volo. Ah, che tempi quelli in cui i metallari erano metallari, e le boy band erano boy band! Ritorneranno mai?
Urge una premessa: chiedo al lettore accanito headbanger che volesse leggere queste poche righe di avere pietà per le mie eventuali imprecisioni o omissioni da profano.
I Pantera di questi due dischi (i primi quattro ripugnano anche buona parte dello zoccolo duro dei fan della thrash band texana, agli inizi tristemente appiattita sul glam) sono una formazione ipersteroidea, che ti marcia sul corpo come un plotone militare, ora a passo di marcia, ora a passo di carica, sempre e comunque tumefacendoti le membra. Basti ascoltare alcuni passaggi di batteria - amorevolmente accompagnata dal basso di Rex Brown - tipo quello che apre "Primal Concrete Sledge" in "Cowboys from Hell": qui Vinnie Paul Abbott, ecco il nome del trucido dietro le pelli panterate, sembra una pressa industriale che gira a mille, e noi sul nastro trasportatore a farci schiacciare. Oppure, per restare nel mai abbastanza piacevole ambito militare, "Walk" di "Vulgar Display...", nella quale il cantante Phil Anselmo gioca a fare il Sergente Maggiore di "Full Metal Jacket". Su tutto, però, ricopre un ruolo fondamentale la chitarra del defunto Dimebag, alle mie orecchie aspra, pulita, precisa e con un suono che, ascoltato al volume giusto, può procurare qualche fastidio all'apparato uditivo. Evviva.
Veniamo, a grandi linee, alle differenze. Nell'album del '90 l'Anselmo si concede alcuni virtuosismi (il ragazzo è capace di alternare acuti palle-strizzate a rauchi ruggiti), ed è esemplare in questo senso la gara tra lui e la chitarra alla fine di "Cemetery Gates"; queste acrobazie canore due anni dopo spariscono per fare spazio a cantati più perentori ed essenziali, vicini a quell'hardcore ai quali i nostri in parte si rifacevano. "A new level of confidence and power" canta mister unscared tatuato sulla panza in "A New Level", e questo verso pare il manifesto programmatico dell'intero secondo album. Ma la differenza essenziale risiede nelle due copertine: quella di "Cowboys from Hell" - che vi risparmio - è, forse, una tra le più brutte della storia della musica*, con quel fotomontaggio scarsissimo dei membri della band in pose Jackass ante litteram** all'interno di un saloon; meglio il cazzottone su faccia deformata del disco successivo, un'autentica esibizione volgare di potere.
Scherzi a parte, si tratta di due album da evitare assolutamente quando si porta la ragazza in giro (a meno che ella non si presenti con la maglietta dei Metallica: in tal caso, però, non fatele notare che Vinnie Paul si mangia Lars Ulrich in un sol boccone, non è carino) o quando in generale trasportate vecchi, bambini e religiosi (esclusi, naturalmente, il don metallaro che vive in Francia e frate Cesare Bonizzi, il francescano italiano con le borchie sotto il saio). Sono, invece, i dischi giusti da mettere in sottofondo a quegli sprazzi di superomismo ai quali spesso non riusciamo ad abbinare la colonna sonora adeguata e che ci pretendono saltellanti in giro per casa a torso nudo con i pettorali belli contratti, oppure per fare ginnastica, con l'amico Phil che cortesemente ci tiene il tempo delle ripetizioni. Per tutto il resto ci sono pur sempre i Buddha Bar...

*Anche se, a mio modestissimo ma insindacabile parere, molte dei Radiohead, si salva solo "The Bends", e le loro cugine povere, quelle dei Negramaro, non hanno nulla da invidiarle
**Ma in fondo "Jackass" non è stata altro che la formalizzazione catodica di una realtà giovanile più o meno sotterranea esistente da che mondo è mondo con qualche effetto speciale in più dovuto alla maggiore perizia dei personaggi coinvolti.