domenica 7 settembre 2008

MUSICA: poche parole e molti ascolti

Liquid Liquid - Slip in and out of Phenomenon (Domino, 2008)

Che bello sentirsi selvaggi nella Grande Mela degli anni '80!

(Funk-dub minimale suonato con basso, batteria e marimba)





sabato 9 agosto 2008

MUSICA: un altro disco così, tanto per gradire

Deep Wound: Almost Complete (Baked Goods, 2006)


Si accennava nel post dell'altroieri all'ameno grindcore: ebbene, questo disco ha avuto un'influenza notevole sul genere, certificata nel libro "Choosing Death". Infatti le tracce di "Almost Complete" sono genuini assalti punk hardcore in cui le cose più tranquille possono ricordare i Dead Kennedys periodo "Fresh Fruit...", il che mi sembra cosa non da poco. Ventisette, irresistibili pezzi con titoli come "Video Prick", "Psyched to Die", "Your Head Is in Your Crotch" che, se mai ce ne fosse stato bisogno, appagano la nostra sete di slamdance. Si discosta dal resto dei brani, della durata media di un minuto-un minuto e mezzo, la versione live di "Training Ground" sette minuti vicini per certi versi all'ossessività dei Flipper. Bravo, bene, bis, dirà qualcuno: ma chi erano 'sti Deep Wound? Trattavasi di quattro musicisti dell'area di Amherst, nello stato USA del Massachussets, e nella testa di qualcuno - spero - una lampadina si sarà già accesa. No, non c'entra il fatto che nella cittadina americana sia nata una certa Uma Thurman - che iddìo la benedica; a noi piuttosto interessa sapere che da quelle parti vivevano, studiavano, ascoltavano dischi a più non posso e suonavano tali Joseph Mascis detto "J" e Lou Barlow, i futuri amici-nemici dell'esperienza Dinosaur Jr. Siamo agli inizi degli anni ottanta e nei Deep Wound il lungagnone J e Lou, già allora con il suo inconfondibile aspetto da nerd, suonano, rispettivamente, batteria e chitarra. Un amore, quello di Mascis per le pelli, che avrà ancora modo di coltivare in collaborazioni come quella con il gruppo stoner dei Witch. J e Lou, assieme a Charlie Nakajima, voce, e Scott Helland, basso, si esibiscono in zona nelle scalmane di cui sopra.

L'opera della Baked Goods riunisce in un unico disco il demo del 1982, il successivo 7'' e i pezzi dell'LP "Bands That Could Be God". Sono comprese nel prezzo anche tre composizioncine con alla voce Jay Otto al posto di Nakajima.

Un'ultima curiosità: c'è una foto dei primi Dinosaur Jr in cui J esibisce fiero il maglioncino del suo vecchio gruppo lavoratogli a maglia con tanta cura dalla mamma.

MUSICA: un disco per la settimana (che viene)

(The) Melvins: (A) Senile Animal (Ipecac, 2006)

Giapponese sull'isoletta del Pacifico, Connor MacLeod del clan dei MacLeod, e cosi via: qualunque definizione può andar bene per descrivere il mio status di unico (almeno al momento) curatore del blog. Mi sento anche un po' come i personaggi di quei film sui mostri marini (tipo "Leviathan"), quelli che restano per ultimi sulla bagnarola in attesa che si compia il loro tragico destino. Vabbè, passiamo oltre.

Appagata la sete di belluina brutalità con i due dischi dei Pantera e sfogata tutta l'aggressività residua con i primi due Napalm Death (quando arriverò a districarne tutti i suoni e a cavarne l'essenza, in special modo del primo, magari ne parleremo), ora sento il bisogno dell'efferatezza che solo le produzioni dei Melvins mi sanno regalare.

Penultimo* album in studio della loro sterminata discografia, quinto per la Ipecac di Mike Patton, "(A) Senile Animal" fa registrare una sostanziale novità, ovvero l'integrazione nella band dei Big Business, duo stoner di Seattle composto dal bassista Jared Warren e dal batterista Coady Willis. Il neonato quartetto si presenta dunque con due batterie. Tamburami che si compenetrano e si completano perfettamente, e in questo senso l'esempio più fulgido è l'opener "The Talking Horse", in cui a un certo punto Willis ricama con ritmiche quasi sudamericane sulle pestate del buon vecchio Dale Crover. Ma oltre a una sezione ritmica coi controfiocchi, anche il basso di Warren infatti fa la sua parte alla grande, risaltano in questo lavoro le canzoni. Sì, esatto, can-zo-ni: mancano all'appello gli schizzi, le bizzarrie sonore spesso incluse da King Buzzo e amici nei loro dischi. Per contro, nell'animale senile affiorano melodie immediate tipo "Stoner Witch", come per esempio in "Civilized Worm", che, completa di cori da stadio (in fondo, si sa, i nostri hanno un debole dichiarato per i Kiss) termina - giusto per restare fedeli agli antichi baccanali - in una cascata di tamburi. Tre belle cavalcate nello stile di zio parruccone** Buzzo, inframezzate giusto da un brano (il sesto, dalle cadenze meno frenetiche), ci conducono garruli al paludone di "A History of Bad Men", riff da serpentone in movimento capace di riportare ai tempi belli di "Night Goat" sebbene con un suono più curato e potente. I ritmi rallentano ulteriormente nel penultimo brano, preludio all'epilogo, la marcia straniata in perfetto stile Aberdeen di "A Vast Filthy Prison".

"(A) Senile Animal" è un disco di metallo obliquo, genere del quale i Melvins posseggono quasi il know-how in virtù del loro approccio punk e della loro sottile ironia-autoironia (gli articoli tra parentesi davanti al nome del gruppo e al titolo del disco ne sono una prova inconfutabile): qualità che da sempre permeano i loro lavori tenendoli lontani da facili esibizionismi ed esercizi di stile.

*Quest'anno è uscito "Nude with Boots".
**Oggi ingrigito, ma sempre parruccone è.

lunedì 4 agosto 2008

MUSICA: i dischi della settimana

Pantera: Cowboys from Hell (Atco, 1990)...

...e ...

...Vulgar Display of Power (Atco, 1992)


Sottotitolo necessario: un po' di tamarritudine non guasta mai.

Non è facile parlare dei Pantera, e magari tra le righe tesserne le lodi, senza correre il rischio di venir assimilati a quella pletora di ragazzini frangettati che ostentano le insegne del gruppo per mostrare al mondo gli (esangui) muscoli o a quell'altra categoria di fighetti finto-metallozzi che riprendono lo stile incazzoso di Phil Anselmo e i chitarroni del povero Dimebag Darrell in maniera scolastica e senza la dose di carogna dei propri modelli così, tanto per impressionare le ragazzine (frangettate). Chi ha fatto il nome dei Bullet For My Valentine, scusate? Tuttavia, se c'è una sola possibilità di non venir inserito in questi due esclusivissimi club, spero di coglierla al volo. Ah, che tempi quelli in cui i metallari erano metallari, e le boy band erano boy band! Ritorneranno mai?
Urge una premessa: chiedo al lettore accanito headbanger che volesse leggere queste poche righe di avere pietà per le mie eventuali imprecisioni o omissioni da profano.
I Pantera di questi due dischi (i primi quattro ripugnano anche buona parte dello zoccolo duro dei fan della thrash band texana, agli inizi tristemente appiattita sul glam) sono una formazione ipersteroidea, che ti marcia sul corpo come un plotone militare, ora a passo di marcia, ora a passo di carica, sempre e comunque tumefacendoti le membra. Basti ascoltare alcuni passaggi di batteria - amorevolmente accompagnata dal basso di Rex Brown - tipo quello che apre "Primal Concrete Sledge" in "Cowboys from Hell": qui Vinnie Paul Abbott, ecco il nome del trucido dietro le pelli panterate, sembra una pressa industriale che gira a mille, e noi sul nastro trasportatore a farci schiacciare. Oppure, per restare nel mai abbastanza piacevole ambito militare, "Walk" di "Vulgar Display...", nella quale il cantante Phil Anselmo gioca a fare il Sergente Maggiore di "Full Metal Jacket". Su tutto, però, ricopre un ruolo fondamentale la chitarra del defunto Dimebag, alle mie orecchie aspra, pulita, precisa e con un suono che, ascoltato al volume giusto, può procurare qualche fastidio all'apparato uditivo. Evviva.
Veniamo, a grandi linee, alle differenze. Nell'album del '90 l'Anselmo si concede alcuni virtuosismi (il ragazzo è capace di alternare acuti palle-strizzate a rauchi ruggiti), ed è esemplare in questo senso la gara tra lui e la chitarra alla fine di "Cemetery Gates"; queste acrobazie canore due anni dopo spariscono per fare spazio a cantati più perentori ed essenziali, vicini a quell'hardcore ai quali i nostri in parte si rifacevano. "A new level of confidence and power" canta mister unscared tatuato sulla panza in "A New Level", e questo verso pare il manifesto programmatico dell'intero secondo album. Ma la differenza essenziale risiede nelle due copertine: quella di "Cowboys from Hell" - che vi risparmio - è, forse, una tra le più brutte della storia della musica*, con quel fotomontaggio scarsissimo dei membri della band in pose Jackass ante litteram** all'interno di un saloon; meglio il cazzottone su faccia deformata del disco successivo, un'autentica esibizione volgare di potere.
Scherzi a parte, si tratta di due album da evitare assolutamente quando si porta la ragazza in giro (a meno che ella non si presenti con la maglietta dei Metallica: in tal caso, però, non fatele notare che Vinnie Paul si mangia Lars Ulrich in un sol boccone, non è carino) o quando in generale trasportate vecchi, bambini e religiosi (esclusi, naturalmente, il don metallaro che vive in Francia e frate Cesare Bonizzi, il francescano italiano con le borchie sotto il saio). Sono, invece, i dischi giusti da mettere in sottofondo a quegli sprazzi di superomismo ai quali spesso non riusciamo ad abbinare la colonna sonora adeguata e che ci pretendono saltellanti in giro per casa a torso nudo con i pettorali belli contratti, oppure per fare ginnastica, con l'amico Phil che cortesemente ci tiene il tempo delle ripetizioni. Per tutto il resto ci sono pur sempre i Buddha Bar...

*Anche se, a mio modestissimo ma insindacabile parere, molte dei Radiohead, si salva solo "The Bends", e le loro cugine povere, quelle dei Negramaro, non hanno nulla da invidiarle
**Ma in fondo "Jackass" non è stata altro che la formalizzazione catodica di una realtà giovanile più o meno sotterranea esistente da che mondo è mondo con qualche effetto speciale in più dovuto alla maggiore perizia dei personaggi coinvolti.

venerdì 4 luglio 2008

MUSICA: il disco della settimana

Jack Irons: Attention Dimension (Breaching Whale, 2004)

Non passerà alla storia come un disco epocale, di questo sono consapevole, ma il lavoro solista prodotto quattro anni orsono da Jack Irons, ex batterista di Red Hot Chili Peppers e Pearl Jam, potrebbe posarsi dolcemente tra i vostri ricordi dell'estate 2008 e irradiare gli stessi dei colori delle profondità oceaniche. Eh sì, perché le megattere in copertina non sono messe lì per caso, per completare quell'angolino di illustrazione che risultava un po' vuoto. Le grandi distese d'acqua salata sono quasi il concept in "Attention Dimension", infatti se alla ricerca di ulteriori conferme andiamo a passare in rassegna la scaletta, traboccano i titoli a base di Accadueò, tipo "Ocean's Light", "Underwater Circus Music" o "Breaking Sea".

Composto tra il 1999 (quando il batterista percuoteva le pelli dei Pearl Jam) e completato solo cinque anni dopo, l'album, fatto in prevalenza di musica percussiva irrorata in parti uguali di psichedelia, tribalismo e suggestioni etniche, ci porta con l'immaginazione nelle profondità blu intenso dell'oceano, dove la luce non filtra quasi più e dove, forse, potremmo ritrovare la nostra di luce. No, non prendetemi per un santone, né scambiate Irons per tale. Durante l'ascolto, infatti, non si avvertono inviti espliciti alla meditazione e all'autocoscienza, all'apertura dei chakra o a tutta quella chincaglieria che noi occidentali tendiamo a definire arti trascendentali, e che in realtà serve solo per riempire qualche conversazione durante l'aperitivo o in palestra altrimenti destinata alla più vacua vacuità. In "Attention Dimension" tutto scorre in maniera naturale, un flusso di calma che ci aiuta a visualizzare una spiaggia, un tramonto sul mare, un fuocherello sulla sabbia. Esattamente come se venissimo trascinati alla deriva dalle correnti oceaniche. E tra i flutti di "Attention Dimension" possiamo imbatterci in una versione subacquea della pinkfloydiana "Shine on You Crazy Diamond" cantata da Eddie Vedder, uno degli ospiti d'onore dell'album. Oltre al cantante, nel suo disco Irons ha voluto i compagni di viaggio seattleiani Jeff Ament e Stone Gossard, l'amico di una vita Flea, il luciferino bassista nonché frontman dei Primus Les Claypool e il polistrumentista Alain Johannes, personaggio vicino ai Queens of the Stone Age.

Tutta questa abbondanza di riferimenti sottomarini non deve comunque indurvi pensare a un'edizione alternative rock de "La sirenetta" con, al posto di granchi aragoste e saraghi, quattro rockstar sulla quarantina alle prese con l'ennesimo sfoggio di virtuosismi giusto per intascare due soldini in più. Tutt'altro: il contributo di ognuno risulta all'ascolto asciutto e funzionale all'opera. Un disco, a parere di chi scrive, umile ma non modesto.

...E già che ci siete, beccatevi anche questi due:

Three Fish: Three Fish e The Quiet Table (Epic, 1996 e 1999)

Attorno alla metà dei Novanta, raggiunto il successo con il loro rockettone duro e puro, i Pearl Jam si dedicarono ai propri progetti collatrali. Il gruppo in questione nacque da un'idea di Jeff Ament, che si prese una pausa dalle abituali quattro corde, piazzandosi alla chitarra e scegliendo come compagni di viaggio l'artista sudafricano Robbie Robb dei Tribe After Tribe e Richard Stuverud (batterista, già nei Fastbacks). Il risultato furono questi due dischi - di cui il secondo ispirato a un viaggio in Egitto - pervasi di atmosfere soffuse, strumenti acustici, sussurri, poche grida, un misticismo mai invadente. Un lavoro in cui, per giunta, la componente etnica è mezzo psichedelico e non souvenir di qualche vacanza da alternativi scoppiati.

domenica 29 giugno 2008

FILM: IZO, TAKASHI MIIKE, 2004


"Lui è l'incarnazione stessa dell'assurdita" così viene etichettato dall'etera Sua Santità il demone-samurai Izo risorto e reincarnato e condannato a combattere per l'eternità in una distorsione, che per noi sono due ore di film. Izo è semplicemente violenza, Izo è semplicemente l'uomo, l'essere umano. Non può trovare redenzione che sull'orlo del baratro e sarà una redenzione devastante che potrà essere ottenuta solamente rifiutando l'esistenza stessa dell'universo.

Izo è stato un macellaio sul campo di battaglia, così come lo sono stati tutti i soldati sin dall'alba dei tempi. Izo ha giaciuto con la madre terra, poi l'ha uccisa, per poi morirne di dolore e diventare un demone immortale come il danno, lo scempio che ha generato.

Miike costruisce così un juggernaut ridondante di due ore, eccessivamente verboso e con momenti incomprensibili e ce lo lancia addosso. Paradossalmente il suo messaggio non è molto diverso da quello di alcuni dei sogni di Yumé di Kurosawa; è il veicolo, il mezzo ad essere completamente diverso.

TELEVISIONE: L'informazione la facciamo noi

Dall'inizio del mese di maggio si è aggiunto un nuovo canale su Sky Italia. Si chiama Current ed è una creatura del premio Nobel per la pace Al Gore. Questo network, nato nel 2005 a San Francisco, vuole dare spazio a tutte le persone che hanno qualcosa da dire, una storia da raccontare. Vuole essere una voce indipendente, non politicizzata, una fonte di notizie oggettiva, che ha come punti fermi della propria filosofia la libertà, l'indipendenza e la democrazia.
Current si rivolge soprattutto ad un target che va dai 18 ai 35 anni e il 30% dei suoi contenuti sono prodotti dagli utenti, un po' come Youtube ecc.
"Ora hai una voce anche tu", "mostra il mondo dal tuo punto di vista", "fai del tuo meglio per creare la televisione che vuoi guardare", "ora anche tu puoi dire la tua". Questi sono gli invitanti slogan che Current ha utilizzato nella promo che lancia la versione italiana del canale.
Partecipazione, fornire contenuti, i 15 minuti di gloria dilatati. Tante domande hanno affollato la mia mente quando ho appreso dell'esistenza di Current. Semplici domande che non mi hanno portato ad una conclusione, ad un verdetto.
È giusto che l'informazione la faccia io? Ho le conoscenze, i mezzi, la capacità di creare informazione? Ho il diritto di informare? Chi ha il diritto di fare informazione? È ancora giusto riconoscere la professione del giornalista se l'informazione la possiamo fare tutti? Ha (ancora) senso che per informare ci voglia una certa preparazione, un certo percorso di studio alle spalle?
Dietro tutta questa libertà e democrazia svenduta, sotto questi spazi multimediali e televisivi che ci mettono generosamente a disposizione, non ci sarà tanto marcio e tanto sfruttamento quanto dietro una dittatura? È corretto che certi mezzi, certi veicoli, siano a disposizione di tutti, siano democratici? È giusta questa "democrazia"? È pericolosa questa "democrazia"?
È falsa questa "democrazia"?