Gocce di musica su di noiPiove. Che schifo. L'unica misera consolazione per me, amante dei suoni di Seattle e dintorni (perché parlare di un unico suono è riduttivo oltreché errato), è che in questi giorni la nostra regione, con questo clima così autunnale, somiglia molto allo stato americano di Washington. Fortuna che da domani - dicono - arriverà di colpo l'estate e ci sentiremo tutti un po' più in California. Nel frattempo, proverò a mettere giù qualche brano proveniente dal Puget Sound e in linea con le condizioni meteorologiche del momento in cui scrivo. Per accompagnare queste ultime - dicono - copiose precipitazioni.
1. Nirvana - Blew: non posso non cominciare da coloro che hanno portato la musica di Seattle ai vertici delle classifiche sancendone nel contempo la fine. Con questo pezzo inizia "Bleach", l'album forse più sincero di Cobain e soci, così lontano dalle smaccate sensibilità pop dell'avvelenato "Nevermind". Apre il basso di Novoselic, madido di fango, e in questo pantano si dimenano stanche la chitarra e la voce del biondino fino a quel colpo di reni, il ritornello, che aiuta la traccia a restare a galla.
2. Green River - Come on Down: i Green River, sperimentatori del suono che non chiamerò grunge nemmeno sotto tortura, con quel loro heavy così sporco e ripetitivo, possedevano una duplice anima: Mark Arm e Steve Turner (poi nei Mudhoney) da una parte, Jeff Ament e Stone Gossard (poi Mother Love Bone e Pearl Jam) dall'altra; i primi erano infatuati del garage e fieri assertori dell'indipendenza, i secondi hard rocker vogliosi di sfondare. Due distinti orientamenti che porteranno il gruppo alla rottura. L'attacco di "Come on Down" odora proprio di palude fumante, di melma nutrita da una pioggia fitta e sottile nella quale sembra di sprofondare in giornate di tedio come queste.
3. Melvins - Boris: pezzo talmente influente da spingere un magico terzetto di giapponesi ad adottarne il nome come ragione sociale, "Boris" consta di più di otto minuti di doom grave e ipnotico, sabbie mobili che si inghiottono Ozzy Osborne risputandolo trasformato in
Buzz Osborne.
4. Fastbacks - Swallow My Pride: un altro pezzo dei Green River, questa "Swallow My Pride", che ha goduto di diverse reinterpretazioni (se ne ricorda anche una dei Soundgarden). Scelgo quella velocizzata dei Fastbacks, formazione estranea al mondo in flanella guidata da due battagliere ragazze (punk vere in shorts di jeans sfrangiati e anfibi, non punkette da centro commerciale) e dietro le cui pelli s'è seduto anche anche tale Duff McKagan. I Fastbacks suonano un po' come se i Ramones eseguissero il repertorio di un girl group anni sessanta, e sono incredibilmente divertenti e incasinanti.
5. Soundgarden - Rusty Cage: gli Zeppelin che perdono ariosità in favore di un andatura febbrile e ossessiva più vicina all'hardcore. Fino a quando, verso la fine, il brano rallenta la sua frenetica corsa ritornando docile tra le braccia dei maestri Page, Plant & Co..
6. Skin Yard - Epitaph for Yesterday: gli Skin Yard di Jack Endino, produttore demiurgo del suono seattleiano più genuino, sono stati tra i riveriti ispiratori di gruppi del calibro dei Soundgarden, giustappunto, ma come tutti i pionieri mancavano di qualche cosa. Cosicché di loro la critica parla come di un gruppo cristallizzato nel suo cupo heavy metal. Eppure qualche intuizione degna di nota la loro discografia la contempla, come questa "Epitaph for Yesterday", in cui il povero Ben McMillan gioca a fare il Bowie tra le uggiose foreste washingtoniane.
7. Tad - Plague Years: Tad Doyle era talmente grasso e brutto che Mtv (ahahah!) si rifiutò di trasmetterne i video (ri-ahahah!). Poco male. La musica del suo gruppo, nel momento del suo massimo splendore laido, era l'esatta trasposizione in note e distorsione del suo leader, uno che in un videoclip ("
Wood Goblins") se ne andava in giro con una motosega e la faccia spiritata. Anche se, invero, pare che in privato fosse tenerone ed educato.
8. Alice in Chains - Rotten Apple: saranno anche stati dei glamster tamarri assetati di successo facile, fatto sta che Staley e banda, soprattutto con il mini acustico da cui questo brano è estratto, avevano azzeccato una serie di singoli a presa rapida sugli adolescenti dell'epoca (1994). Questo psych-bluesone fradicio, come la mela che gli dà il titolo, ne è forse la summa.
9. Mad Season - Wake Up: formazione comprensiva di Layne Staley (voce degli Alice in Chains), Mike McCready (chitarra dei Pearl Jam) e Barrett Martin (batterista, tra gli altri, di Skin Yard e Screaming Trees) e completata dal bassista John Baker Saunders (l'unico estraneo al movimento-non-movimento di Seattle), i Mad Season, con questo unico album, abbandonarono il frastuono che aveva reso celebri i loro gruppi di provenienza a vantaggio di atmosfere più soffuse con qua e là qualche pennellata di strumentazione lounge. Nel disco compare anche Mark Lanegan, uno che non necessita di tante presentazioni.
10. Screaming Trees - The Turning: ogni volta che ascolto questa canzone mi sembra di vedere nuvoloni gonfi di pioggia in rapido transito sopra la mia testa. Un po' quello che - dicono - succederà tra poche ore.