Liquid Liquid - Slip in and out of Phenomenon (Domino, 2008)Che bello sentirsi selvaggi nella Grande Mela degli anni '80!
(Funk-dub minimale suonato con basso, batteria e marimba)
Si accennava nel post dell'altroieri all'ameno grindcore: ebbene, questo disco ha avuto un'influenza notevole sul genere, certificata nel libro "Choosing Death". Infatti le tracce di "Almost Complete" sono genuini assalti punk hardcore in cui le cose più tranquille possono ricordare i Dead Kennedys periodo "Fresh Fruit...", il che mi sembra cosa non da poco. Ventisette, irresistibili pezzi con titoli come "Video Prick", "Psyched to Die", "Your Head Is in Your Crotch" che, se mai ce ne fosse stato bisogno, appagano la nostra sete di slamdance. Si discosta dal resto dei brani, della durata media di un minuto-un minuto e mezzo, la versione live di "Training Ground" sette minuti vicini per certi versi all'ossessività dei Flipper. Bravo, bene, bis, dirà qualcuno: ma chi erano 'sti Deep Wound? Trattavasi di quattro musicisti dell'area di Amherst, nello stato USA del Massachussets, e nella testa di qualcuno - spero - una lampadina si sarà già accesa. No, non c'entra il fatto che nella cittadina americana sia nata una certa Uma Thurman - che iddìo la benedica; a noi piuttosto interessa sapere che da quelle parti vivevano, studiavano, ascoltavano dischi a più non posso e suonavano tali Joseph Mascis detto "J" e Lou Barlow, i futuri amici-nemici dell'esperienza Dinosaur Jr. Siamo agli inizi degli anni ottanta e nei Deep Wound il lungagnone J e Lou, già allora con il suo inconfondibile aspetto da nerd, suonano, rispettivamente, batteria e chitarra. Un amore, quello di Mascis per le pelli, che avrà ancora modo di coltivare in collaborazioni come quella con il gruppo stoner dei Witch. J e Lou, assieme a Charlie Nakajima, voce, e Scott Helland, basso, si esibiscono in zona nelle scalmane di cui sopra.
Appagata la sete di belluina brutalità con i due dischi dei Pantera e sfogata tutta l'aggressività residua con i primi due Napalm Death (quando arriverò a districarne tutti i suoni e a cavarne l'essenza, in special modo del primo, magari ne parleremo), ora sento il bisogno dell'efferatezza che solo le produzioni dei Melvins mi sanno regalare.
Non è facile parlare dei Pantera, e magari tra le righe tesserne le lodi, senza correre il rischio di venir assimilati a quella pletora di ragazzini frangettati che ostentano le insegne del gruppo per mostrare al mondo gli (esangui) muscoli o a quell'altra categoria di fighetti finto-metallozzi che riprendono lo stile incazzoso di Phil Anselmo e i chitarroni del povero Dimebag Darrell in maniera scolastica e senza la dose di carogna dei propri modelli così, tanto per impressionare le ragazzine (frangettate). Chi ha fatto il nome dei Bullet For My Valentine, scusate? Tuttavia, se c'è una sola possibilità di non venir inserito in questi due esclusivissimi club, spero di coglierla al volo. Ah, che tempi quelli in cui i metallari erano metallari, e le boy band erano boy band! Ritorneranno mai?
Attorno alla metà dei Novanta, raggiunto il successo con il loro rockettone duro e puro, i Pearl Jam si dedicarono ai propri progetti collatrali. Il gruppo in questione nacque da un'idea di Jeff Ament, che si prese una pausa dalle abituali quattro corde, piazzandosi alla chitarra e scegliendo come compagni di viaggio l'artista sudafricano
Robbie Robb dei Tribe After Tribe e Richard Stuverud (batterista, già nei Fastbacks). Il risultato furono questi due dischi - di cui il secondo ispirato a un viaggio in Egitto - pervasi di atmosfere soffuse, strumenti acustici, sussurri, poche grida, un misticismo mai invadente. Un lavoro in cui, per giunta, la componente etnica è mezzo psichedelico e non souvenir di qualche vacanza da alternativi scoppiati.
Sarà che sono partito dal presupposto che undici anni per un disco, se il materiale umano è di altissima qualità (e nel nostro caso lo è eccome), sono più che sufficienti per fare cose egregie, sarà che il mio carattere snob ha registrato le critiche negative di una parte di fan nella casella di segno opposto, fatto sta che con il passare dei giorni mi rendo conto che il nuovo Portishead è un piccolo gioiellino.
Ho appena finito di leggere (la pioggia favorisce questo nobile hobby) La breve favolosa vita di Oscar Wao di Junot Diaz. Scritto molto bene, tra l'altro, Pulitzer Prize mica capperi piccanti. Ma mi ha fatto venire subito in mente un altro libro che ho letto più di un anno fa, ovverosia Muo e la vergine cinese di Dai Sijie (l'edizione Adelphi ha sempre un'austera stilosità). Sebbene intreccio, svolgimento et cetera siano molto diversi i punti in comune, soprattutto il topos (o argomento portante) del perenne sfigato alla ricerca del pilu che potrà, come nella narrativa cavalleresca, far diventare il paggio-scudiero vero e proprio cavaliere. Da garcon ad homme. Consigliati entrambi! Se avete tempo seguite le mie letture sul social network per bibliofili aNobii, il mio nick è (come spesso capita) pujilittatuc.
All Killer No Filler
Ovvero: forse i Sum 41 avrebbero fatto meglio ad ascoltare questo disco prima di dare un simile titolo al loro debutto.
Hüsker Dü: Zen Arcade (SST, 1984)

E invece no. Il numero 27 del catalogo SST è uno dei classici specchietti propedeutici al ripasso di alcuni concetti che il tempo e l’alacre lavoro del music business, di addetti ai lavori tipo i pupazzi a colori di Mtv (che i “lavori” dovrebbero abbandonarli per manifesta incapacità), hanno provveduto a distorcere. No, non è un saggio sulla teoria del complotto: piuttosto si tratta di riportare il campanile al centro del villaggio dopo almeno quindici anni di confusione. Veniamo allora ai concetti, che avrei identificato in: hardcore, melodia e sua applicazione al punk, sperimentazione, emozione.
Se, tanto per cominciare, con “punk hardcore” vogliamo identificare una corrente rock che trascina la musica verso la sua essenza, allora con “Zen Arcade” ci portiamo a casa uno dei titoli che hanno spinto il genere al massimo delle sue possibilità arrivando addirittura a traghettarlo oltre. Perché fin dall’attacco basso-batteria di “Something I Learned Today”, la traccia di apertura, e poi ancor di più con l’entrata in scena nella stessa della chitarra e del canto straziato di Bob Mould, qualcosa ti cattura, ti afferra le viscere e, in un gioco tensione (tanta)-rilascio (poco e rabbioso), non ti molla fino al minuto tredici e quarantasette secondi del pezzo di chiusura “Reoccurring Dreams”. Furia catartica, spazio nullo per pugnette esistenziali: direi che siamo in linea con la definizione di hardcore.
Veniamo pertanto alla melodia, spesso erroneamente identificata col pop. Non in questo caso, però. Perché i momenti più orecchiabili, compresa l’acustica “Never Talking to You Again”, entrano rapidamente in circolo senza cadere in patetiche composizioni come, a livello commerciale, se ne sono sentite tante in questi ultimi anni di rock (tecnicamente ma non intimamente) rumoroso. I nomi fateli voi. Le influenze di Buzzcocks e, soprattutto, di Beatles e Byrds, che da tempo covavano nel terzetto Mould-Hart-Norton, di qui via sbocceranno in tutta la loro magnificenza, regalandoci altri quattro dischi in studio dove melodia e chitarre lancinanti s’intrecciano a meraviglia. E di questi quattro dischi, tanto per sfatare un altro luogo comune da posa indie, due furono licenziati per la Warner, dunque una perfida major.
Arriviamo allo sperimentalismo. Già il fatto di trovarci di fronte a un concept album (incentrato sulla storia di un ragazzo che fugge di casa per evitare i suoi problemi esistenziali) per giunta doppio, fino a quel momento eresie in ambito hardocore, ci lascia intendere di che pasta fosse fatto il power trio di Minneapolis. Tre ometti coraggiosi che hanno abbattuto alcuni tabù del loro genere di riferimento. Della lunga “Reoccurring Dreams” così come del brano acustico s’è già detto, ma non mancano passaggi lisergici à la Fab Four da “Revolver” in poi (in questo senso “Hare Krsna” mi pare esemplare), manipolazioni di nastri e rapidi strumentali di solo pianoforte, lo stesso strumento ben udibile nel dodicesimo brano, “What’s Going On”. Nessuna regola sembra essere stata sottesa al disco, se non quella di dargli corpo e anima. Da vendere.
Terminiamo con “emozione”, con il suo lato oscuro, quello della disperazione, della rabbia esistenziale. Se per sentire qualcosa di profondo abbiamo bisogno di bambocci frignoni che ci raccontano di esser stati mollati dalla ragazza, beh, allora il tasso emotivo di “Zen Arcade” può risultare difficilmente apprezzabile. Se, invece, desideriamo accogliere solidali le urla, che spesso si esauriscono nella sfinitezza, di tre ragazzi e di una generazione diventata adulta in America e nell’America edonista degli Ottanta, decennio così simile a quello che stiamo vivendo, allora questo album merita qualcosa di più di un’ascoltatina sommaria dopo averlo scaricato da eMule.



