domenica 7 settembre 2008

MUSICA: poche parole e molti ascolti

Liquid Liquid - Slip in and out of Phenomenon (Domino, 2008)

Che bello sentirsi selvaggi nella Grande Mela degli anni '80!

(Funk-dub minimale suonato con basso, batteria e marimba)





sabato 9 agosto 2008

MUSICA: un altro disco così, tanto per gradire

Deep Wound: Almost Complete (Baked Goods, 2006)


Si accennava nel post dell'altroieri all'ameno grindcore: ebbene, questo disco ha avuto un'influenza notevole sul genere, certificata nel libro "Choosing Death". Infatti le tracce di "Almost Complete" sono genuini assalti punk hardcore in cui le cose più tranquille possono ricordare i Dead Kennedys periodo "Fresh Fruit...", il che mi sembra cosa non da poco. Ventisette, irresistibili pezzi con titoli come "Video Prick", "Psyched to Die", "Your Head Is in Your Crotch" che, se mai ce ne fosse stato bisogno, appagano la nostra sete di slamdance. Si discosta dal resto dei brani, della durata media di un minuto-un minuto e mezzo, la versione live di "Training Ground" sette minuti vicini per certi versi all'ossessività dei Flipper. Bravo, bene, bis, dirà qualcuno: ma chi erano 'sti Deep Wound? Trattavasi di quattro musicisti dell'area di Amherst, nello stato USA del Massachussets, e nella testa di qualcuno - spero - una lampadina si sarà già accesa. No, non c'entra il fatto che nella cittadina americana sia nata una certa Uma Thurman - che iddìo la benedica; a noi piuttosto interessa sapere che da quelle parti vivevano, studiavano, ascoltavano dischi a più non posso e suonavano tali Joseph Mascis detto "J" e Lou Barlow, i futuri amici-nemici dell'esperienza Dinosaur Jr. Siamo agli inizi degli anni ottanta e nei Deep Wound il lungagnone J e Lou, già allora con il suo inconfondibile aspetto da nerd, suonano, rispettivamente, batteria e chitarra. Un amore, quello di Mascis per le pelli, che avrà ancora modo di coltivare in collaborazioni come quella con il gruppo stoner dei Witch. J e Lou, assieme a Charlie Nakajima, voce, e Scott Helland, basso, si esibiscono in zona nelle scalmane di cui sopra.

L'opera della Baked Goods riunisce in un unico disco il demo del 1982, il successivo 7'' e i pezzi dell'LP "Bands That Could Be God". Sono comprese nel prezzo anche tre composizioncine con alla voce Jay Otto al posto di Nakajima.

Un'ultima curiosità: c'è una foto dei primi Dinosaur Jr in cui J esibisce fiero il maglioncino del suo vecchio gruppo lavoratogli a maglia con tanta cura dalla mamma.

MUSICA: un disco per la settimana (che viene)

(The) Melvins: (A) Senile Animal (Ipecac, 2006)

Giapponese sull'isoletta del Pacifico, Connor MacLeod del clan dei MacLeod, e cosi via: qualunque definizione può andar bene per descrivere il mio status di unico (almeno al momento) curatore del blog. Mi sento anche un po' come i personaggi di quei film sui mostri marini (tipo "Leviathan"), quelli che restano per ultimi sulla bagnarola in attesa che si compia il loro tragico destino. Vabbè, passiamo oltre.

Appagata la sete di belluina brutalità con i due dischi dei Pantera e sfogata tutta l'aggressività residua con i primi due Napalm Death (quando arriverò a districarne tutti i suoni e a cavarne l'essenza, in special modo del primo, magari ne parleremo), ora sento il bisogno dell'efferatezza che solo le produzioni dei Melvins mi sanno regalare.

Penultimo* album in studio della loro sterminata discografia, quinto per la Ipecac di Mike Patton, "(A) Senile Animal" fa registrare una sostanziale novità, ovvero l'integrazione nella band dei Big Business, duo stoner di Seattle composto dal bassista Jared Warren e dal batterista Coady Willis. Il neonato quartetto si presenta dunque con due batterie. Tamburami che si compenetrano e si completano perfettamente, e in questo senso l'esempio più fulgido è l'opener "The Talking Horse", in cui a un certo punto Willis ricama con ritmiche quasi sudamericane sulle pestate del buon vecchio Dale Crover. Ma oltre a una sezione ritmica coi controfiocchi, anche il basso di Warren infatti fa la sua parte alla grande, risaltano in questo lavoro le canzoni. Sì, esatto, can-zo-ni: mancano all'appello gli schizzi, le bizzarrie sonore spesso incluse da King Buzzo e amici nei loro dischi. Per contro, nell'animale senile affiorano melodie immediate tipo "Stoner Witch", come per esempio in "Civilized Worm", che, completa di cori da stadio (in fondo, si sa, i nostri hanno un debole dichiarato per i Kiss) termina - giusto per restare fedeli agli antichi baccanali - in una cascata di tamburi. Tre belle cavalcate nello stile di zio parruccone** Buzzo, inframezzate giusto da un brano (il sesto, dalle cadenze meno frenetiche), ci conducono garruli al paludone di "A History of Bad Men", riff da serpentone in movimento capace di riportare ai tempi belli di "Night Goat" sebbene con un suono più curato e potente. I ritmi rallentano ulteriormente nel penultimo brano, preludio all'epilogo, la marcia straniata in perfetto stile Aberdeen di "A Vast Filthy Prison".

"(A) Senile Animal" è un disco di metallo obliquo, genere del quale i Melvins posseggono quasi il know-how in virtù del loro approccio punk e della loro sottile ironia-autoironia (gli articoli tra parentesi davanti al nome del gruppo e al titolo del disco ne sono una prova inconfutabile): qualità che da sempre permeano i loro lavori tenendoli lontani da facili esibizionismi ed esercizi di stile.

*Quest'anno è uscito "Nude with Boots".
**Oggi ingrigito, ma sempre parruccone è.

lunedì 4 agosto 2008

MUSICA: i dischi della settimana

Pantera: Cowboys from Hell (Atco, 1990)...

...e ...

...Vulgar Display of Power (Atco, 1992)


Sottotitolo necessario: un po' di tamarritudine non guasta mai.

Non è facile parlare dei Pantera, e magari tra le righe tesserne le lodi, senza correre il rischio di venir assimilati a quella pletora di ragazzini frangettati che ostentano le insegne del gruppo per mostrare al mondo gli (esangui) muscoli o a quell'altra categoria di fighetti finto-metallozzi che riprendono lo stile incazzoso di Phil Anselmo e i chitarroni del povero Dimebag Darrell in maniera scolastica e senza la dose di carogna dei propri modelli così, tanto per impressionare le ragazzine (frangettate). Chi ha fatto il nome dei Bullet For My Valentine, scusate? Tuttavia, se c'è una sola possibilità di non venir inserito in questi due esclusivissimi club, spero di coglierla al volo. Ah, che tempi quelli in cui i metallari erano metallari, e le boy band erano boy band! Ritorneranno mai?
Urge una premessa: chiedo al lettore accanito headbanger che volesse leggere queste poche righe di avere pietà per le mie eventuali imprecisioni o omissioni da profano.
I Pantera di questi due dischi (i primi quattro ripugnano anche buona parte dello zoccolo duro dei fan della thrash band texana, agli inizi tristemente appiattita sul glam) sono una formazione ipersteroidea, che ti marcia sul corpo come un plotone militare, ora a passo di marcia, ora a passo di carica, sempre e comunque tumefacendoti le membra. Basti ascoltare alcuni passaggi di batteria - amorevolmente accompagnata dal basso di Rex Brown - tipo quello che apre "Primal Concrete Sledge" in "Cowboys from Hell": qui Vinnie Paul Abbott, ecco il nome del trucido dietro le pelli panterate, sembra una pressa industriale che gira a mille, e noi sul nastro trasportatore a farci schiacciare. Oppure, per restare nel mai abbastanza piacevole ambito militare, "Walk" di "Vulgar Display...", nella quale il cantante Phil Anselmo gioca a fare il Sergente Maggiore di "Full Metal Jacket". Su tutto, però, ricopre un ruolo fondamentale la chitarra del defunto Dimebag, alle mie orecchie aspra, pulita, precisa e con un suono che, ascoltato al volume giusto, può procurare qualche fastidio all'apparato uditivo. Evviva.
Veniamo, a grandi linee, alle differenze. Nell'album del '90 l'Anselmo si concede alcuni virtuosismi (il ragazzo è capace di alternare acuti palle-strizzate a rauchi ruggiti), ed è esemplare in questo senso la gara tra lui e la chitarra alla fine di "Cemetery Gates"; queste acrobazie canore due anni dopo spariscono per fare spazio a cantati più perentori ed essenziali, vicini a quell'hardcore ai quali i nostri in parte si rifacevano. "A new level of confidence and power" canta mister unscared tatuato sulla panza in "A New Level", e questo verso pare il manifesto programmatico dell'intero secondo album. Ma la differenza essenziale risiede nelle due copertine: quella di "Cowboys from Hell" - che vi risparmio - è, forse, una tra le più brutte della storia della musica*, con quel fotomontaggio scarsissimo dei membri della band in pose Jackass ante litteram** all'interno di un saloon; meglio il cazzottone su faccia deformata del disco successivo, un'autentica esibizione volgare di potere.
Scherzi a parte, si tratta di due album da evitare assolutamente quando si porta la ragazza in giro (a meno che ella non si presenti con la maglietta dei Metallica: in tal caso, però, non fatele notare che Vinnie Paul si mangia Lars Ulrich in un sol boccone, non è carino) o quando in generale trasportate vecchi, bambini e religiosi (esclusi, naturalmente, il don metallaro che vive in Francia e frate Cesare Bonizzi, il francescano italiano con le borchie sotto il saio). Sono, invece, i dischi giusti da mettere in sottofondo a quegli sprazzi di superomismo ai quali spesso non riusciamo ad abbinare la colonna sonora adeguata e che ci pretendono saltellanti in giro per casa a torso nudo con i pettorali belli contratti, oppure per fare ginnastica, con l'amico Phil che cortesemente ci tiene il tempo delle ripetizioni. Per tutto il resto ci sono pur sempre i Buddha Bar...

*Anche se, a mio modestissimo ma insindacabile parere, molte dei Radiohead, si salva solo "The Bends", e le loro cugine povere, quelle dei Negramaro, non hanno nulla da invidiarle
**Ma in fondo "Jackass" non è stata altro che la formalizzazione catodica di una realtà giovanile più o meno sotterranea esistente da che mondo è mondo con qualche effetto speciale in più dovuto alla maggiore perizia dei personaggi coinvolti.

venerdì 4 luglio 2008

MUSICA: il disco della settimana

Jack Irons: Attention Dimension (Breaching Whale, 2004)

Non passerà alla storia come un disco epocale, di questo sono consapevole, ma il lavoro solista prodotto quattro anni orsono da Jack Irons, ex batterista di Red Hot Chili Peppers e Pearl Jam, potrebbe posarsi dolcemente tra i vostri ricordi dell'estate 2008 e irradiare gli stessi dei colori delle profondità oceaniche. Eh sì, perché le megattere in copertina non sono messe lì per caso, per completare quell'angolino di illustrazione che risultava un po' vuoto. Le grandi distese d'acqua salata sono quasi il concept in "Attention Dimension", infatti se alla ricerca di ulteriori conferme andiamo a passare in rassegna la scaletta, traboccano i titoli a base di Accadueò, tipo "Ocean's Light", "Underwater Circus Music" o "Breaking Sea".

Composto tra il 1999 (quando il batterista percuoteva le pelli dei Pearl Jam) e completato solo cinque anni dopo, l'album, fatto in prevalenza di musica percussiva irrorata in parti uguali di psichedelia, tribalismo e suggestioni etniche, ci porta con l'immaginazione nelle profondità blu intenso dell'oceano, dove la luce non filtra quasi più e dove, forse, potremmo ritrovare la nostra di luce. No, non prendetemi per un santone, né scambiate Irons per tale. Durante l'ascolto, infatti, non si avvertono inviti espliciti alla meditazione e all'autocoscienza, all'apertura dei chakra o a tutta quella chincaglieria che noi occidentali tendiamo a definire arti trascendentali, e che in realtà serve solo per riempire qualche conversazione durante l'aperitivo o in palestra altrimenti destinata alla più vacua vacuità. In "Attention Dimension" tutto scorre in maniera naturale, un flusso di calma che ci aiuta a visualizzare una spiaggia, un tramonto sul mare, un fuocherello sulla sabbia. Esattamente come se venissimo trascinati alla deriva dalle correnti oceaniche. E tra i flutti di "Attention Dimension" possiamo imbatterci in una versione subacquea della pinkfloydiana "Shine on You Crazy Diamond" cantata da Eddie Vedder, uno degli ospiti d'onore dell'album. Oltre al cantante, nel suo disco Irons ha voluto i compagni di viaggio seattleiani Jeff Ament e Stone Gossard, l'amico di una vita Flea, il luciferino bassista nonché frontman dei Primus Les Claypool e il polistrumentista Alain Johannes, personaggio vicino ai Queens of the Stone Age.

Tutta questa abbondanza di riferimenti sottomarini non deve comunque indurvi pensare a un'edizione alternative rock de "La sirenetta" con, al posto di granchi aragoste e saraghi, quattro rockstar sulla quarantina alle prese con l'ennesimo sfoggio di virtuosismi giusto per intascare due soldini in più. Tutt'altro: il contributo di ognuno risulta all'ascolto asciutto e funzionale all'opera. Un disco, a parere di chi scrive, umile ma non modesto.

...E già che ci siete, beccatevi anche questi due:

Three Fish: Three Fish e The Quiet Table (Epic, 1996 e 1999)

Attorno alla metà dei Novanta, raggiunto il successo con il loro rockettone duro e puro, i Pearl Jam si dedicarono ai propri progetti collatrali. Il gruppo in questione nacque da un'idea di Jeff Ament, che si prese una pausa dalle abituali quattro corde, piazzandosi alla chitarra e scegliendo come compagni di viaggio l'artista sudafricano Robbie Robb dei Tribe After Tribe e Richard Stuverud (batterista, già nei Fastbacks). Il risultato furono questi due dischi - di cui il secondo ispirato a un viaggio in Egitto - pervasi di atmosfere soffuse, strumenti acustici, sussurri, poche grida, un misticismo mai invadente. Un lavoro in cui, per giunta, la componente etnica è mezzo psichedelico e non souvenir di qualche vacanza da alternativi scoppiati.

domenica 29 giugno 2008

FILM: IZO, TAKASHI MIIKE, 2004


"Lui è l'incarnazione stessa dell'assurdita" così viene etichettato dall'etera Sua Santità il demone-samurai Izo risorto e reincarnato e condannato a combattere per l'eternità in una distorsione, che per noi sono due ore di film. Izo è semplicemente violenza, Izo è semplicemente l'uomo, l'essere umano. Non può trovare redenzione che sull'orlo del baratro e sarà una redenzione devastante che potrà essere ottenuta solamente rifiutando l'esistenza stessa dell'universo.

Izo è stato un macellaio sul campo di battaglia, così come lo sono stati tutti i soldati sin dall'alba dei tempi. Izo ha giaciuto con la madre terra, poi l'ha uccisa, per poi morirne di dolore e diventare un demone immortale come il danno, lo scempio che ha generato.

Miike costruisce così un juggernaut ridondante di due ore, eccessivamente verboso e con momenti incomprensibili e ce lo lancia addosso. Paradossalmente il suo messaggio non è molto diverso da quello di alcuni dei sogni di Yumé di Kurosawa; è il veicolo, il mezzo ad essere completamente diverso.

TELEVISIONE: L'informazione la facciamo noi

Dall'inizio del mese di maggio si è aggiunto un nuovo canale su Sky Italia. Si chiama Current ed è una creatura del premio Nobel per la pace Al Gore. Questo network, nato nel 2005 a San Francisco, vuole dare spazio a tutte le persone che hanno qualcosa da dire, una storia da raccontare. Vuole essere una voce indipendente, non politicizzata, una fonte di notizie oggettiva, che ha come punti fermi della propria filosofia la libertà, l'indipendenza e la democrazia.
Current si rivolge soprattutto ad un target che va dai 18 ai 35 anni e il 30% dei suoi contenuti sono prodotti dagli utenti, un po' come Youtube ecc.
"Ora hai una voce anche tu", "mostra il mondo dal tuo punto di vista", "fai del tuo meglio per creare la televisione che vuoi guardare", "ora anche tu puoi dire la tua". Questi sono gli invitanti slogan che Current ha utilizzato nella promo che lancia la versione italiana del canale.
Partecipazione, fornire contenuti, i 15 minuti di gloria dilatati. Tante domande hanno affollato la mia mente quando ho appreso dell'esistenza di Current. Semplici domande che non mi hanno portato ad una conclusione, ad un verdetto.
È giusto che l'informazione la faccia io? Ho le conoscenze, i mezzi, la capacità di creare informazione? Ho il diritto di informare? Chi ha il diritto di fare informazione? È ancora giusto riconoscere la professione del giornalista se l'informazione la possiamo fare tutti? Ha (ancora) senso che per informare ci voglia una certa preparazione, un certo percorso di studio alle spalle?
Dietro tutta questa libertà e democrazia svenduta, sotto questi spazi multimediali e televisivi che ci mettono generosamente a disposizione, non ci sarà tanto marcio e tanto sfruttamento quanto dietro una dittatura? È corretto che certi mezzi, certi veicoli, siano a disposizione di tutti, siano democratici? È giusta questa "democrazia"? È pericolosa questa "democrazia"?
È falsa questa "democrazia"?

sabato 21 giugno 2008

MUSICA: il disco della settimana

Portishead: Third (Island/Mercury, 2008)

Sarà che sono partito dal presupposto che undici anni per un disco, se il materiale umano è di altissima qualità (e nel nostro caso lo è eccome), sono più che sufficienti per fare cose egregie, sarà che il mio carattere snob ha registrato le critiche negative di una parte di fan nella casella di segno opposto, fatto sta che con il passare dei giorni mi rendo conto che il nuovo Portishead è un piccolo gioiellino.

Più che la valenza dei commenti, infatti, a me interessano le loro fonti, e in generale queste voci di disappunto provengono da appassionati che - sempre e naturalmente a mio modesto avviso - ai tempi del primo disco, "Dummy", non si sono calati completamente nel suono e negli umori del trio di Bristol, limitandosi a sussultare per successoni di ampia portata come "Glorybox" o "Sour Times". Perché già nel primo lavoro sono racchiusi tutti i motivi ricorrenti del suono dei Portishead, peculiarità che scorrono anche nelle vene dei tre musicisti e che sono tornate con l'ultimo album: l'amore per la ripetitività, la cupezza, quel retrogusto notturno che già aveva reso il debutto e, seppur in maniera inferiore, il secondo disco, due intriganti LP.

Dopo oltre un decennio i Portishead sono tornati: potevano ricomparire prima (ma il materiale prodotto non li aveva convinti granché), potevano sparire per sempre (lo stress al termine dell'ultima tournée li aveva distrutti). Invece "Third" rappresenta un atto d'amore nei confronti dei loro estimatori, di chi con quel filo (di ferro) di voce di Beth Gibbons ha rinforzato il suo cuore, di tutti coloro che nelle basi di Barrow e Utley hanno trovato una nuova ragione per sperare, musicalmente parlando. Un atto d'amore, sì, e di coraggio. Perché avrebbero potuto riproporci lo stile che li ha fatti grandi, reso da gruppuscoli e dalle loro produzioni volgare tappezzeria, e invece hanno deciso di sorprenderci con un sound più duro che, pur non rinunciando alle prerogative di cui sopra, si innerva con sapienza di kraut e industrial, rinunciando per ampi tratti al beat hip-hop e alle atmosfere morriconiane che nel 1994 avevano iscritto nella storia il loro primo disco.

Quello dei Portishead, e con i Portishead, ha tutta l'aria un discorso che va avanti da quasi quindici anni e che, come la stessa parola "discorso" implica, muta ed evolve con lo scorrere del tempo. Sempre, comunque, con classe immensa.

mercoledì 18 giugno 2008

CALCIO: Le giornate che ti rendono fiero di essere figlio di emigrati italiani



Vorrei condividere alcune sensazioni e pensieri che mi sono venuti in mente dopo la vittoria di ieri sera della nazionale italiana: qui nelle lande elvetiche, noi immigrati di seconda o terza generazione viviamo in un costante contrasto emotivo dato dal riconoscere la nostra appartenenza felice all'identità svizzera, visto che la nostra vita qui è iniziata e qui si svolge tutt'ora, e dalla consapevolezza che un qualcosa di italiano, e quindi, volenti o nolenti, di profondo, scorre e scorrerà sempre nelle nostre vene. Qualcuno di noi ha anche un doppio passaporto, ma questo non cambia nulla; c'è proprio un doppio livello emotivo: da un lato ancorati, quasi grati e imprescindibili dall'agiatezza e dalla tranquillità della nazione che ci ha dato i natali, dall'altro una sorta di frustrazione delle nostre vere origini, unita ad un sentimento soffocato che non aspetta altre che situazioni giuste per esplodere.

Ecco questa è per noi la nazionale italiana di calcio: è quel momento, quell'attimo, quelle lacrime o quel sorriso che ti viene sulle labbra quando sai che fai parte di un qualcosa di grande, intenso, di sofferto, ma di incredibile. Sarà il calcio, sarà che solo l'Italia sa far penare in questa maniera i suoi tifosi, ma è indescrivibile la gioia che ieri si è riversata nelle strade di Lugano per festeggiare l'ennesima, sudatissima, qualificazione ai quarti.
Purtroppo il mio animo italiano è troppo contento, entusiasta e spensierato in questo momento, ma a vigilare su tutto c'è quella mia parte svizzera che mi avvisa che ancora nulla è stato fatto, che la Spagna (che ci aspetta sicura e galvanizzata Domenica) è una squadra ben superiore sia a Francia che Romania, e che non sarà per niente facile reincontrare quegli olandesi che, con un'onestà e una sportività davvero encomiabili, ci hanno regalato un piccolo sogno ieri sera. Non sarà facile, ma sarebbe bello.

martedì 17 giugno 2008

MUSICA: Il discovoro



Gocce di musica su di noi

Piove. Che schifo. L'unica misera consolazione per me, amante dei suoni di Seattle e dintorni (perché parlare di un unico suono è riduttivo oltreché errato), è che in questi giorni la nostra regione, con questo clima così autunnale, somiglia molto allo stato americano di Washington. Fortuna che da domani - dicono - arriverà di colpo l'estate e ci sentiremo tutti un po' più in California. Nel frattempo, proverò a mettere giù qualche brano proveniente dal Puget Sound e in linea con le condizioni meteorologiche del momento in cui scrivo. Per accompagnare queste ultime - dicono - copiose precipitazioni.

1. Nirvana - Blew: non posso non cominciare da coloro che hanno portato la musica di Seattle ai vertici delle classifiche sancendone nel contempo la fine. Con questo pezzo inizia "Bleach", l'album forse più sincero di Cobain e soci, così lontano dalle smaccate sensibilità pop dell'avvelenato "Nevermind". Apre il basso di Novoselic, madido di fango, e in questo pantano si dimenano stanche la chitarra e la voce del biondino fino a quel colpo di reni, il ritornello, che aiuta la traccia a restare a galla.

2. Green River - Come on Down: i Green River, sperimentatori del suono che non chiamerò grunge nemmeno sotto tortura, con quel loro heavy così sporco e ripetitivo, possedevano una duplice anima: Mark Arm e Steve Turner (poi nei Mudhoney) da una parte, Jeff Ament e Stone Gossard (poi Mother Love Bone e Pearl Jam) dall'altra; i primi erano infatuati del garage e fieri assertori dell'indipendenza, i secondi hard rocker vogliosi di sfondare. Due distinti orientamenti che porteranno il gruppo alla rottura. L'attacco di "Come on Down" odora proprio di palude fumante, di melma nutrita da una pioggia fitta e sottile nella quale sembra di sprofondare in giornate di tedio come queste.

3. Melvins - Boris: pezzo talmente influente da spingere un magico terzetto di giapponesi ad adottarne il nome come ragione sociale, "Boris" consta di più di otto minuti di doom grave e ipnotico, sabbie mobili che si inghiottono Ozzy Osborne risputandolo trasformato in Buzz Osborne.

4. Fastbacks - Swallow My Pride: un altro pezzo dei Green River, questa "Swallow My Pride", che ha goduto di diverse reinterpretazioni (se ne ricorda anche una dei Soundgarden). Scelgo quella velocizzata dei Fastbacks, formazione estranea al mondo in flanella guidata da due battagliere ragazze (punk vere in shorts di jeans sfrangiati e anfibi, non punkette da centro commerciale) e dietro le cui pelli s'è seduto anche anche tale Duff McKagan. I Fastbacks suonano un po' come se i Ramones eseguissero il repertorio di un girl group anni sessanta, e sono incredibilmente divertenti e incasinanti.

5. Soundgarden - Rusty Cage: gli Zeppelin che perdono ariosità in favore di un andatura febbrile e ossessiva più vicina all'hardcore. Fino a quando, verso la fine, il brano rallenta la sua frenetica corsa ritornando docile tra le braccia dei maestri Page, Plant & Co..

6. Skin Yard - Epitaph for Yesterday: gli Skin Yard di Jack Endino, produttore demiurgo del suono seattleiano più genuino, sono stati tra i riveriti ispiratori di gruppi del calibro dei Soundgarden, giustappunto, ma come tutti i pionieri mancavano di qualche cosa. Cosicché di loro la critica parla come di un gruppo cristallizzato nel suo cupo heavy metal. Eppure qualche intuizione degna di nota la loro discografia la contempla, come questa "Epitaph for Yesterday", in cui il povero Ben McMillan gioca a fare il Bowie tra le uggiose foreste washingtoniane.

7. Tad - Plague Years: Tad Doyle era talmente grasso e brutto che Mtv (ahahah!) si rifiutò di trasmetterne i video (ri-ahahah!). Poco male. La musica del suo gruppo, nel momento del suo massimo splendore laido, era l'esatta trasposizione in note e distorsione del suo leader, uno che in un videoclip ("Wood Goblins") se ne andava in giro con una motosega e la faccia spiritata. Anche se, invero, pare che in privato fosse tenerone ed educato.

8. Alice in Chains - Rotten Apple: saranno anche stati dei glamster tamarri assetati di successo facile, fatto sta che Staley e banda, soprattutto con il mini acustico da cui questo brano è estratto, avevano azzeccato una serie di singoli a presa rapida sugli adolescenti dell'epoca (1994). Questo psych-bluesone fradicio, come la mela che gli dà il titolo, ne è forse la summa.

9. Mad Season - Wake Up: formazione comprensiva di Layne Staley (voce degli Alice in Chains), Mike McCready (chitarra dei Pearl Jam) e Barrett Martin (batterista, tra gli altri, di Skin Yard e Screaming Trees) e completata dal bassista John Baker Saunders (l'unico estraneo al movimento-non-movimento di Seattle), i Mad Season, con questo unico album, abbandonarono il frastuono che aveva reso celebri i loro gruppi di provenienza a vantaggio di atmosfere più soffuse con qua e là qualche pennellata di strumentazione lounge. Nel disco compare anche Mark Lanegan, uno che non necessita di tante presentazioni.

10. Screaming Trees - The Turning: ogni volta che ascolto questa canzone mi sembra di vedere nuvoloni gonfi di pioggia in rapido transito sopra la mia testa. Un po' quello che - dicono - succederà tra poche ore.

lunedì 16 giugno 2008

LIBRI: confronto del mese


Ho appena finito di leggere (la pioggia favorisce questo nobile hobby) La breve favolosa vita di Oscar Wao di Junot Diaz. Scritto molto bene, tra l'altro, Pulitzer Prize mica capperi piccanti. Ma mi ha fatto venire subito in mente un altro libro che ho letto più di un anno fa, ovverosia Muo e la vergine cinese di Dai Sijie (l'edizione Adelphi ha sempre un'austera stilosità). Sebbene intreccio, svolgimento et cetera siano molto diversi i punti in comune, soprattutto il topos (o argomento portante) del perenne sfigato alla ricerca del pilu che potrà, come nella narrativa cavalleresca, far diventare il paggio-scudiero vero e proprio cavaliere. Da garcon ad homme. Consigliati entrambi! Se avete tempo seguite le mie letture sul social network per bibliofili aNobii, il mio nick è (come spesso capita) pujilittatuc.

CALCIO: Svizzera-Portogallo


E così anche la nostra cara Svizzera saluta l'Europeo con un sorriso stretto tra i denti. Già perché il 2-0 contro un Portogallo sicuramente in versione B, non deve far pensare troppo in positivo: le due sconfitte che hanno portato ad una prematura eliminazione della nazionale elvetica sono frutto di inesperienza, scarsa lucidità e incisività nel tenere alto il ritmo di una partita per 90'.

Eppure la squadra c'è ed è anche piuttosto buona: si può contare sui giovanissimi e talentuosi Vonlanthen, Inler, Derdiyok, Behrami, su quell'Hakan Yakin che quando è in forma dimostra che avrebbe meritato un qualcosa in più nella sua carriera, su un Barnetta sicuramente destinato al ruolo di leader del futuro.

L'amarezza in Svizzera per un'eliminazione forse prevedibile, ma di sicuro esorcizzata fino alla fine della partita con la Turchia, è davvero forte e lascia in sospeso inevitabilmente una domanda: con un Alexander Frei non infortunato dove sarebbe arrivata questa squadra?
Purtroppo i se e i ma nel calcio contano ben poco. Vedremo cosa potrà ottenere (se ci arriverà) la nazionale elvetica ai mondiali sudafricani del 2010.

sabato 14 giugno 2008

MUSICA: Il disco della settimana

All Killer No Filler

Ovvero: forse i Sum 41 avrebbero fatto meglio ad ascoltare questo disco prima di dare un simile titolo al loro debutto.

Hüsker Dü: Zen Arcade (SST, 1984)

Esaminare un disco come “Zen Arcade”, in qualsiasi modo lo si voglia fare, potrebbe sembrare una soluzione di comodo, della serie: prendi il tuo libro dei seiccient' dischi da avere a tutti i costi di Blow Up., sfoglialo per un po’, sceglitene uno e recensiscilo per lo stupore dei tuoi (quattro, compreso un cane) lettori.

E invece no. Il numero 27 del catalogo SST è uno dei classici specchietti propedeutici al ripasso di alcuni concetti che il tempo e l’alacre lavoro del music business, di addetti ai lavori tipo i pupazzi a colori di Mtv (che i “lavori” dovrebbero abbandonarli per manifesta incapacità), hanno provveduto a distorcere. No, non è un saggio sulla teoria del complotto: piuttosto si tratta di riportare il campanile al centro del villaggio dopo almeno quindici anni di confusione. Veniamo allora ai concetti, che avrei identificato in: hardcore, melodia e sua applicazione al punk, sperimentazione, emozione.

Se, tanto per cominciare, con “punk hardcore” vogliamo identificare una corrente rock che trascina la musica verso la sua essenza, allora con “Zen Arcade” ci portiamo a casa uno dei titoli che hanno spinto il genere al massimo delle sue possibilità arrivando addirittura a traghettarlo oltre. Perché fin dall’attacco basso-batteria di “Something I Learned Today”, la traccia di apertura, e poi ancor di più con l’entrata in scena nella stessa della chitarra e del canto straziato di Bob Mould, qualcosa ti cattura, ti afferra le viscere e, in un gioco tensione (tanta)-rilascio (poco e rabbioso), non ti molla fino al minuto tredici e quarantasette secondi del pezzo di chiusura “Reoccurring Dreams”. Furia catartica, spazio nullo per pugnette esistenziali: direi che siamo in linea con la definizione di hardcore.

Veniamo pertanto alla melodia, spesso erroneamente identificata col pop. Non in questo caso, però. Perché i momenti più orecchiabili, compresa l’acustica “Never Talking to You Again”, entrano rapidamente in circolo senza cadere in patetiche composizioni come, a livello commerciale, se ne sono sentite tante in questi ultimi anni di rock (tecnicamente ma non intimamente) rumoroso. I nomi fateli voi. Le influenze di Buzzcocks e, soprattutto, di Beatles e Byrds, che da tempo covavano nel terzetto Mould-Hart-Norton, di qui via sbocceranno in tutta la loro magnificenza, regalandoci altri quattro dischi in studio dove melodia e chitarre lancinanti s’intrecciano a meraviglia. E di questi quattro dischi, tanto per sfatare un altro luogo comune da posa indie, due furono licenziati per la Warner, dunque una perfida major.

Arriviamo allo sperimentalismo. Già il fatto di trovarci di fronte a un concept album (incentrato sulla storia di un ragazzo che fugge di casa per evitare i suoi problemi esistenziali) per giunta doppio, fino a quel momento eresie in ambito hardocore, ci lascia intendere di che pasta fosse fatto il power trio di Minneapolis. Tre ometti coraggiosi che hanno abbattuto alcuni tabù del loro genere di riferimento. Della lunga “Reoccurring Dreams” così come del brano acustico s’è già detto, ma non mancano passaggi lisergici à la Fab Four da “Revolver” in poi (in questo senso “Hare Krsna” mi pare esemplare), manipolazioni di nastri e rapidi strumentali di solo pianoforte, lo stesso strumento ben udibile nel dodicesimo brano, “What’s Going On”. Nessuna regola sembra essere stata sottesa al disco, se non quella di dargli corpo e anima. Da vendere.

Terminiamo con “emozione”, con il suo lato oscuro, quello della disperazione, della rabbia esistenziale. Se per sentire qualcosa di profondo abbiamo bisogno di bambocci frignoni che ci raccontano di esser stati mollati dalla ragazza, beh, allora il tasso emotivo di “Zen Arcade” può risultare difficilmente apprezzabile. Se, invece, desideriamo accogliere solidali le urla, che spesso si esauriscono nella sfinitezza, di tre ragazzi e di una generazione diventata adulta in America e nell’America edonista degli Ottanta, decennio così simile a quello che stiamo vivendo, allora questo album merita qualcosa di più di un’ascoltatina sommaria dopo averlo scaricato da eMule.

VIDEOGIOCHI: PES 8


Vorrei condividere con tutti la mia soddisfazione per la squadra che sono riuscito a costruire nella carriera master di PES 8 (lo so: sono uno dei pochi al mondo a fare la carriera Master a PES).
Naturalmente il mio team è la Juventus e questa è la mia rosa:
1 Buffon
24 Novembre
2 Chiellini
33 Le Grottaglie
4 Marzoratti
13 Schmidt (un giovane di talento creato dal gioco)
14 Sutto
3 Valeme
14 Margairaz
28 Joao Moutinho
16 Aquilani
10 Modric
12 Giovinco
25 Montolivo
33 Trejo
5 Denilson
22 Sissoko
32 Walcott
7 Rosina
11 Bendtner
9 Orellano (altro giovane coltivato dal sottoscritto)
21 Aguero
99 Acquafresca
69 Pozzi
17 Podolsky
Vi dico solo che al massimo livello di difficoltà ho appena vinto campionato, campionato d'europa, e coppa di lega. Ok forse non è il gioco più difficile del mondo, ma mi sono esaltato non poco a battere il Manchester in finale per 3-1 con doppietta di Bendtner e gollazzo di Aguero

FILM DVD: Trashin: i sogni di un bambino skater (fortunatamente) falliti


Spero abbiate l'opportunità, tra le infinite risorse che la rete ci consente di avere, di recuperare un filmaccio degli anni '80: negli USA il titolo era semplicemente "Trashin", in Italia fu epicamente tradotto in "La corsa al massacro". Si sa che nel Bel Paese l'(ab)uso di iperbole è non solo diffuso, ma anche generalmente legittimato.
Coooooomunque, il film in questione è davvero tremendo: c'è Josh Brolin nei panni di un giovane talento dello skate che in quel di Los Angeles si incontra/scontra con (attenzione: rullo di tamburi per la geniale trovata) "La banda dei coltelli", capitanata nientemeno che da un punkettone che si fa chiamare il Gancio. Il climax filmico, infine, trova il suo apice proprio nella corsa al massacro finale, in cui gli skater si scontrano in una discesa infernale da una delle numerose colline della città.
Il film è veramente una merda totale, ma ragazzi ne vale la pena assolutamente!!

Una piccola curiosità: nel video dei The Get Up Kids, Action&Action, il dialogo che si sente all'inizio prima che squilli il telefono è tratto proprio da questo film!!

http://it.youtube.com/watch?v=gw7BO__feBM&feature=PlayList&p=3FE5CDAA4593CFB1&index=2



CINEMA / ANIME: Ghost in the Shell 2.0 e reazioni puristiche (mie)


Ghost in the Shell di Mamoru Oshi tratto liberamente dal manga del maestro Shirow, uscito ormai quasi quindici anni fa, resta uno dei miei film preferiti in assoluto e un display of craftmanship veramente impressionante. Il fatto che stiano progettando una re-edition con tanto di grafica 3d ed effettistica computerizzata un po' mi infastidisce proprio perché questo capolavoro è tale in quanto tale. Una rappresentazione 3d Makoto Kusanagi in stealth-suit che salta giù da un palazzo in verità mi fa schifo soprattutto avendo presente quella disegnata (più o meno) a mano e, soprattutto, ricordandomi quanto poco sono bravi i nostri giappi a realizzare animazioni e modelli tridimensionali al giorno d'oggi. Penso che conserverò il DVD della versione originale.

VIDEOGIOCHI: Niko Belic & Co. o lo straniero-criminale come protagonista


Ci ho pensato spesso a dir la verità, ho anche litigato con qualcuno per questo motivo (bé se si deve entrare nello spirito di GTA, allora bisogna farlo per bene): credo fermamente che l'origine etnica dei protagonisti di GTA sia imprescindibile dal suo stesso successo.
È l'immaginario dei film e della letteratura: lo straniero criminale respinge e attrae. Ora mettetevi nei panni di un americano che gioca a GTA: per lui uccidere, andare a meretrici, rapinare e tutte quelle simpatiche cosucce che si fanno in GTA sono molto più semplici da gestire se si impersonifica uno straniero. Il cattivo, anche se lo gestisci tu, proviene sempre da un'altra realtà in fin dei conti.

SPORT: Il culo nella sfiga (e gli arbitri sono dei venduti)

Italia-Romania, checché se ne dica (o ne dicano i profàni) è stata una partita molto godibile e tesa fino alla fine. Sebbene la nazionale in maglia azzurra abbia largamente dominato e avesse tutti i mezzi necessari per impallinare il seppur dotato - atleticamente sia ben chiaro - Lobont in realtà si è portata a casa solo un modesto pareggio, che complica al solito le cose. Mi verrebbe da dire: "Come in genere piace all'Italia", e lo dico.

Ma in realtà è normale, anche Marco Paolini (attore), intervistato ieri da La Repubblica ha sostanzialmente detto il vero, ovvero che all'Italia piace soffrire; vincere "da tedeschi" (non quelli di questi europei, probabilmente quelli dei tempi passati) non è per gli azzurri. Bisogna sfidare l'impossibile, sfidare la differenza reti e la-regola-dello-scontro-diretto-perché-poi-andata-e-ritorno. La qualificazione matematica è per i "normali", anche perché (come al solito) "tutti sono contro di noi".

Se l'altroieri con la Korea lo spauracchio era Moreno, oggi è il norvegese Oevreboe che annulla Toni, assegna rigori e roba varia oppure non vede il fuori gioco di Van Nistelrooy. Non importa che se l'Italia si impegna in due minuti infila in porta pure l'impomatato Panucci e se forse si sbattesse alla stessa maniera per sei, forse di questi problemi non ce ne sarebbero.

L'arbitro, meglio se di una nazionalità il più possibile aliena ed esotica, incarna perfettamente un senso di inferiorità infantile e inadeguatezza implicito che non si sa bene da dove venga e che si fa via via più forte man mano che le frontiere si allargano, prima l'Europa, poi la Cina, in futuro Alpha Centauri. Ma mal che vada, se non altro al gioco del calcio, l'Italia può spararle più grosse. Le pallonate, eh. Che pensavate?