Composto tra il 1999 (quando il batterista percuoteva le pelli dei Pearl Jam) e completato solo cinque anni dopo, l'album, fatto in prevalenza di musica percussiva irrorata in parti uguali di psichedelia, tribalismo e suggestioni etniche, ci porta con l'immaginazione nelle profondità blu intenso dell'oceano, dove la luce non filtra quasi più e dove, forse, potremmo ritrovare la nostra di luce. No, non prendetemi per un santone, né scambiate Irons per tale. Durante l'ascolto, infatti, non si avvertono inviti espliciti alla meditazione e all'autocoscienza, all'apertura dei chakra o a tutta quella chincaglieria che noi occidentali tendiamo a definire arti trascendentali, e che in realtà serve solo per riempire qualche conversazione durante l'aperitivo o in palestra altrimenti destinata alla più vacua vacuità. In "Attention Dimension" tutto scorre in maniera naturale, un flusso di calma che ci aiuta a visualizzare una spiaggia, un tramonto sul mare, un fuocherello sulla sabbia. Esattamente come se venissimo trascinati alla deriva dalle correnti oceaniche. E tra i flutti di "Attention Dimension" possiamo imbatterci in una versione subacquea della pinkfloydiana "Shine on You Crazy Diamond" cantata da Eddie Vedder, uno degli ospiti d'onore dell'album. Oltre al cantante, nel suo disco Irons ha voluto i compagni di viaggio seattleiani Jeff Ament e Stone Gossard, l'amico di una vita Flea, il luciferino bassista nonché frontman dei Primus Les Claypool e il polistrumentista Alain Johannes, personaggio vicino ai Queens of the Stone Age.
...E già che ci siete, beccatevi anche questi due:
Three Fish: Three Fish e The Quiet Table (Epic, 1996 e 1999)
Attorno alla metà dei Novanta, raggiunto il successo con il loro rockettone duro e puro, i Pearl Jam si dedicarono ai propri progetti collatrali. Il gruppo in questione nacque da un'idea di Jeff Ament, che si prese una pausa dalle abituali quattro corde, piazzandosi alla chitarra e scegliendo come compagni di viaggio l'artista sudafricano
Robbie Robb dei Tribe After Tribe e Richard Stuverud (batterista, già nei Fastbacks). Il risultato furono questi due dischi - di cui il secondo ispirato a un viaggio in Egitto - pervasi di atmosfere soffuse, strumenti acustici, sussurri, poche grida, un misticismo mai invadente. Un lavoro in cui, per giunta, la componente etnica è mezzo psichedelico e non souvenir di qualche vacanza da alternativi scoppiati.
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