All Killer No Filler
Ovvero: forse i Sum 41 avrebbero fatto meglio ad ascoltare questo disco prima di dare un simile titolo al loro debutto.
Hüsker Dü: Zen Arcade (SST, 1984)

E invece no. Il numero 27 del catalogo SST è uno dei classici specchietti propedeutici al ripasso di alcuni concetti che il tempo e l’alacre lavoro del music business, di addetti ai lavori tipo i pupazzi a colori di Mtv (che i “lavori” dovrebbero abbandonarli per manifesta incapacità), hanno provveduto a distorcere. No, non è un saggio sulla teoria del complotto: piuttosto si tratta di riportare il campanile al centro del villaggio dopo almeno quindici anni di confusione. Veniamo allora ai concetti, che avrei identificato in: hardcore, melodia e sua applicazione al punk, sperimentazione, emozione.
Se, tanto per cominciare, con “punk hardcore” vogliamo identificare una corrente rock che trascina la musica verso la sua essenza, allora con “Zen Arcade” ci portiamo a casa uno dei titoli che hanno spinto il genere al massimo delle sue possibilità arrivando addirittura a traghettarlo oltre. Perché fin dall’attacco basso-batteria di “Something I Learned Today”, la traccia di apertura, e poi ancor di più con l’entrata in scena nella stessa della chitarra e del canto straziato di Bob Mould, qualcosa ti cattura, ti afferra le viscere e, in un gioco tensione (tanta)-rilascio (poco e rabbioso), non ti molla fino al minuto tredici e quarantasette secondi del pezzo di chiusura “Reoccurring Dreams”. Furia catartica, spazio nullo per pugnette esistenziali: direi che siamo in linea con la definizione di hardcore.
Veniamo pertanto alla melodia, spesso erroneamente identificata col pop. Non in questo caso, però. Perché i momenti più orecchiabili, compresa l’acustica “Never Talking to You Again”, entrano rapidamente in circolo senza cadere in patetiche composizioni come, a livello commerciale, se ne sono sentite tante in questi ultimi anni di rock (tecnicamente ma non intimamente) rumoroso. I nomi fateli voi. Le influenze di Buzzcocks e, soprattutto, di Beatles e Byrds, che da tempo covavano nel terzetto Mould-Hart-Norton, di qui via sbocceranno in tutta la loro magnificenza, regalandoci altri quattro dischi in studio dove melodia e chitarre lancinanti s’intrecciano a meraviglia. E di questi quattro dischi, tanto per sfatare un altro luogo comune da posa indie, due furono licenziati per la Warner, dunque una perfida major.
Arriviamo allo sperimentalismo. Già il fatto di trovarci di fronte a un concept album (incentrato sulla storia di un ragazzo che fugge di casa per evitare i suoi problemi esistenziali) per giunta doppio, fino a quel momento eresie in ambito hardocore, ci lascia intendere di che pasta fosse fatto il power trio di Minneapolis. Tre ometti coraggiosi che hanno abbattuto alcuni tabù del loro genere di riferimento. Della lunga “Reoccurring Dreams” così come del brano acustico s’è già detto, ma non mancano passaggi lisergici à la Fab Four da “Revolver” in poi (in questo senso “Hare Krsna” mi pare esemplare), manipolazioni di nastri e rapidi strumentali di solo pianoforte, lo stesso strumento ben udibile nel dodicesimo brano, “What’s Going On”. Nessuna regola sembra essere stata sottesa al disco, se non quella di dargli corpo e anima. Da vendere.
Terminiamo con “emozione”, con il suo lato oscuro, quello della disperazione, della rabbia esistenziale. Se per sentire qualcosa di profondo abbiamo bisogno di bambocci frignoni che ci raccontano di esser stati mollati dalla ragazza, beh, allora il tasso emotivo di “Zen Arcade” può risultare difficilmente apprezzabile. Se, invece, desideriamo accogliere solidali le urla, che spesso si esauriscono nella sfinitezza, di tre ragazzi e di una generazione diventata adulta in America e nell’America edonista degli Ottanta, decennio così simile a quello che stiamo vivendo, allora questo album merita qualcosa di più di un’ascoltatina sommaria dopo averlo scaricato da eMule.
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