Sarà che sono partito dal presupposto che undici anni per un disco, se il materiale umano è di altissima qualità (e nel nostro caso lo è eccome), sono più che sufficienti per fare cose egregie, sarà che il mio carattere snob ha registrato le critiche negative di una parte di fan nella casella di segno opposto, fatto sta che con il passare dei giorni mi rendo conto che il nuovo Portishead è un piccolo gioiellino.Più che la valenza dei commenti, infatti, a me interessano le loro fonti, e in generale queste voci di disappunto provengono da appassionati che - sempre e naturalmente a mio modesto avviso - ai tempi del primo disco, "Dummy", non si sono calati completamente nel suono e negli umori del trio di Bristol, limitandosi a sussultare per successoni di ampia portata come "Glorybox" o "Sour Times". Perché già nel primo lavoro sono racchiusi tutti i motivi ricorrenti del suono dei Portishead, peculiarità che scorrono anche nelle vene dei tre musicisti e che sono tornate con l'ultimo album: l'amore per la ripetitività, la cupezza, quel retrogusto notturno che già aveva reso il debutto e, seppur in maniera inferiore, il secondo disco, due intriganti LP.
Dopo oltre un decennio i Portishead sono tornati: potevano ricomparire prima (ma il materiale prodotto non li aveva convinti granché), potevano sparire per sempre (lo stress al termine dell'ultima tournée li aveva distrutti). Invece "Third" rappresenta un atto d'amore nei confronti dei loro estimatori, di chi con quel filo (di ferro) di voce di Beth Gibbons ha rinforzato il suo cuore, di tutti coloro che nelle basi di Barrow e Utley hanno trovato una nuova ragione per sperare, musicalmente parlando. Un atto d'amore, sì, e di coraggio. Perché avrebbero potuto riproporci lo stile che li ha fatti grandi, reso da gruppuscoli e dalle loro produzioni volgare tappezzeria, e invece hanno deciso di sorprenderci con un sound più duro che, pur non rinunciando alle prerogative di cui sopra, si innerva con sapienza di kraut e industrial, rinunciando per ampi tratti al beat hip-hop e alle atmosfere morriconiane che nel 1994 avevano iscritto nella storia il loro primo disco.
Quello dei Portishead, e con i Portishead, ha tutta l'aria un discorso che va avanti da quasi quindici anni e che, come la stessa parola "discorso" implica, muta ed evolve con lo scorrere del tempo. Sempre, comunque, con classe immensa.
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